dojo Kuma No Kai

M° Edoardo Borghese

Kuma no Kai            Kangi Kuma no Kai

In una notte del mese di marzo del ‘93 o ‘94 a Chichibu, nella prefettura di Satama, venne messo insieme il nome di Kuma no Kai: erano presenti Kumai sensei, il compianto Enni Baldini, Alessio Guarnieri e Io. 
Fu Kumai che ci spiegò bene perché Kuma no KaiKuma significa orso, considerato in molte tradizioni il re degli animali, incarnazione del collegamento tra il cielo e la terra, egli simboleggia la gentilezza, il coraggio e la forza nella tradizione giapponese, mentre per gli Ainu, popolo aborigeno giapponese delle isole del nord, è un eroe culturale e messaggero divino. Kai vuol dire “gruppo” ma anche “luogo di riunione: Kuma No Kai rappresenta quindi “il luogo in cui si riuniscono gli orsi” ed il termine si ispira ad uno degli aspetti più tradizionali della cultura del Giappone e rende l’immagine della pratica della spada un’arte improntata ai valori più puri”. 
In tutti questi anni ho tenuto alto il nome del mio Dojo il cui mon è rappresentato dalle foglie dell’albero Ginkgo biloba che nella tradizione orientale  è sempre stato considerato un oggetto di venerazione e di culto, simbolo della coincidenza tra gli opposti, e dell’immutabilità delle cose. Si dice abbia poteri magici e sia in grado di allontanare gli spiriti maligni e per questo veniva piantato vicino a templi e luoghi di culto. 
Quando la bomba atomica fu sganciata sulla città di Hiroshima trasformandola in un deserto annerito, un vecchio ginkgo cadde fulminato vicino al centro dell’esplosione. L’albero rimase calcinato come il tempio buddista che proteggeva. Tre anni dopo, qualcuno scoprì che una lucina verde spuntava nel carbone. Il ginkgo aveva buttato fuori un germoglio. L’albero rinacque, aprì le braccia e fiorì. 
Quel superstite della strage è ancora là

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stage 29 ottobre1

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